Slow Wine Guida 2027
La più grande degustazione dell’anno
17 Ottobre 2026
Superstudio Maxi
Via Mocucco, 35
Milano
Una volta chiesta la data della presentazione e della fantastica degustazione al curatore dello Slow Wine Giancarlo Gariglio ho fatto subito i biglietti del treno e con 32 euro me la sono cavata: Italo andata e ritorno, sarà un gran piacere ancora una volta partecipare.
Eccomi a riportare i primi due scritti dello Slow Wine che potrete trovare sul loro sito. Riporto i loro link evidenziati nello scritto.
Ci siamo: Slow Wine 2027 è andata in stampa. Dopo mesi di visite in cantina, incontri con i produttori, assaggi e confronti, scrittura e revisioni, abbiamo consegnato la nuova edizione della guida.
Per la redazione e per i 253 collaboratori sparsi in tutta Italia è un momento particolare: il lavoro è finito, perlomeno sulla carta, ma il viaggio della nuova Slow Wine sta per cominciare.
Nelle prossime settimane inizieremo a raccontarvi le novità di quest’edizione e i vini che ci hanno maggiormente colpito. Per conoscere tutto, però, bisognerà aspettare sabato 17 ottobre, giornata in cui presenteremo ufficialmente Slow Wine 2027 allo Studio Maxi di Milano.
Come ogni anno, la presentazione sarà accompagnata da una delle più grandi degustazioni dedicate al vino italiano: centinaia di cantine, quasi un migliaio di etichette e, dietro i banchi, i vignaioli chiamati a raccontare territori, vendemmie e scelte produttive, paure e speranze per il futuro, in un momento mai così delicato per il vino.
Slow Wine 2027: ecco la copertina e l’introduzione alla diciassettesima edizione della guida.
Durante le visite abbiamo incontrato diversi produttori che nel 2026 non hanno imbottigliato. Molti rinviano l’uscita dei vini rossi, oggi la categoria più in affanno. Le esportazioni verso gli Stati Uniti mostrano preoccupanti segni meno, mentre i consumi italiani ristagnano e i costi continuano a salire. Non è una difficoltà passeggera, ma una crisi complessa: cause lontane tra loro finiscono per sommarsi e moltiplicarne gli effetti. A luglio abbiamo ricevuto la telefonata del responsabile di un’importante società di distribuzione, che ci chiedeva di prendere posizione sui ricarichi praticati nei ristoranti. Quella conversazione ci ha fatto capire quanto il clima si sia deteriorato. I produttori accusano i ristoratori di rendere il vino inaccessibile; i ristoratori puntano il dito contro i listini delle cantine e i margini della distribuzione; i distributori rimandano la responsabilità agli uni e agli altri. È il classico gioco dello scaricabarile. Solo che questa volta a giocarlo sono i protagonisti della stessa filiera. Ogni colpo inferto a uno dei suoi anelli indebolisce tutti gli altri. Serrare i ranghi non significa chiudersi in una difesa corporativa o chiedere protezione per conservare tutto com’è. Pensare che ciascuno possa salvarsi lasciando agli altri il conto della crisi sarebbe miope. E anche stupido. Ora più che mai produttori, distributori, ristoratori e consumatori devono riconoscere di essere legati dallo stesso destino e scegliere insieme come agire.
Carlo Petrini lo aveva detto con chiarezza: «Non si esce da questa situazione se non si cambiano i paradigmi e le radici di questa economia». Non invocava una restaurazione, ma alleanze capaci di cambiare le regole del gioco.
Alle autorità competenti torniamo a chiedere scelte nette: fermare la vinificazione illegale delle uve da tavola; rendere finalmente attendibile lo schedario viticolo e controllare anche i vigneti non iscritti a Dop o Igp, sui quali troppo facilmente vengono fatte ricadere eccedenze prodotte altrove; abbassare le rese dei vini generici, che grazie alle deroghe possono arrivare fino a 400 quintali per ettaro; sospendere i nuovi impianti, tutelare i vigneti di collina e montagna e favorire l’aggregazione delle imprese e la condivisione dei servizi. Dobbiamo liberarci dall’ossessione della quantità: soltanto così difenderemo davvero i vigneti, il paesaggio e il lavoro. Ma chiedere sempre agli altri di salvarci non è giusto. Né coraggioso. Le regole servono, gli aiuti anche; per uscire dalla tempesta, però, tutta la filiera deve remare nella stessa direzione.
Poi c’è il prezzo. Il vino non deve essere per forza caro, ma non si può pretendere di pagare una bottiglia meno di 8 o 9 euro senza domandarsi chi saldi il resto del conto. A saldarlo sono spesso il bracciante sfruttato, l’agricoltore pagato pochi centesimi per le sue uve o un territorio consumato da una viticoltura predatoria. All’estremo opposto, certi ricarichi espellono il vino dalla vita quotidiana. Tra la bottiglia a prezzo stracciato e il calice proibitivo c’è lo spazio per un patto più giusto.
Proprio al mercato del vino, ai suoi linguaggi, alle sue contraddizioni e ai consumi che cambiano sarà dedicata la sesta edizione della Slow Wine Fair. Vogliamo che Bologna diventi il luogo in cui i protagonisti del conflitto possano sedersi allo stesso tavolo e immaginare il vino che verrà. Non una tregua provvisoria, ma un laboratorio nel quale tracciare una rotta comune.
Nell’Odissea di Christopher Nolan, mentre il mondo conosciuto brucia, all’orizzonte se ne annuncia un altro. Non per forza migliore. Il rischio è antico: dimenticare gli errori e ripeterli. Tutto dipenderà dalle scelte che avremo il coraggio di compiere adesso. È lì che vogliamo andare: verso un vino che custodisce i suoli e la biodiversità, crea lavoro, produce bellezza, diffonde conoscenza e tiene vive le comunità.
L’alba sorgerà comunque. Sta a noi decidere quale mondo illuminerà.




